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Ho provato con un vecchio (da Conciata per le feste)
#1
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Volevo provare con il vecchio. I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche. Giocai la mia carta... ero decisa a vedergli il cazzo. Il pensiero della sua probabile astinenza mi faceva uscire di senno.

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- Il “padrone” se le ripassava quasi tutte, senza vergogna... come il cane. Se ne portava una dietro una pianta e la voleva trovare già pronta.
Un calore intenso mi invase la vagina, costringendomi ad accavallare le cosce dal lato opposto.
- Aspettate... volete un liquorino? – gli dissi, alzandomi a mia volta.
- No, grazie, signo’... sto bene così. Grazie per il caffè ... squisito e pure per le chiacchiere...
- Ma volete scherzare? – risposi io – Mi fa piacere sentire le vostre storie... Eh! Chissà quante ne avete fatte pure voi...
Don Liborio rise, ma non disse niente.
- Sapete una cosa? – gli dissi con complicità – Sono anni che vivo in campagna... ma non ho mai fatto pipì all’aperto. Neppure qua fuori, intendo.
Don Liborio rise sinceramente:
- Ah signora mia, e che ci vuole? Voi vi fate un problema che non esiste. –
- Sapete che cos’è? Sono troppo abituata a farmi il bidet, dopo...
Il povero vecchio, del tutto impreparato a tanta confidenza, trasalì, non riuscì a trovare niente da rispondere alla mia sfrontatezza. Più lui si spaventava più io mi eccitavo, adesso.

I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche. Giocai la mia carta... ero decisa a vedergli il cazzo. Il pensiero della sua probabile astinenza mi faceva uscire di senno.
- Vi accompagno. - dissi, seguendolo dietro la casa. Poi, più diretta e un po’ troia, dissi con fina ingenuità:
– Mi avete fatto venire proprio la curiosità, vorrei farmi passare lo sfizio... me lo fate un favore?
Il vecchio era nel pallone, non riuscì a darmi una risposta vera e propria.
- Volete farmi la “posta”? – dissi complice e sorridente come fossi veramente ingenua. – Voglio farla qui! Voi vedete se viene qualcuno? Tanto... non ho vergogna di voi, potreste essere mio padre...
Don Liborio non capiva più niente; era talmente confuso che non sapeva nemmeno se facevo sul serio, non sapeva se lo stavo trascinando in un brutto scherzo oppure no.
Non si aspettava nulla di quello che gli stava succedendo, era frastornato, e quella sua, sincera, confusione fu la molla che mi diede la forza di essere più esplicita di quanto non fossi mai stata... in genere sono abbastanza passiva, sessualmente. Non mi sono mai dovuta industriare troppo, sinceramente. Sin da ragazza, sono sempre stata abbastanza bella da dovermi più difendere dalle voglie di un uomo, senza aver bisogno di manifestargli le mie.
Insomma, se cercavo la possibilità di fare sesso non me ne mancava l’opportunità.
La sua ingenuità lo rese innocuo e indifeso, ai miei occhi.
D’altro canto ero più che sicura che l’uomo non avrebbe mai parlato di quella strana avventura: non era un pagliaccio da osteria.
- Dove mi metto? – dissi, con la stessa trasparenza di una ragazzina. Ero stata talmente diretta da fugare ogni dubbio in don Liborio che, ormai alla mia mercé, mi indicò, meccanicamente, uno spazio dietro un basso cespuglio di rose.
Con disinvoltura, essendo estremamente eccitata, mi spostai di poco, nella direzione da lui indicata, ma feci bene attenzione di restare abbastanza in vista per il mio vecchio “amico”.
Cercai un cantuccio dove la terra era abbastanza piana da permettermi di effettuare la mia minzione senza rotolare sul terreno, dopotutto, ero ancora in tacchi e tailleur.
Caricando molto i miei gesti e facendo tutto molto lentamente, mi alzai la gonna stretta, fino ai fianchi, e scoprii il grosso culo chiaro, abbassando le collant, fino a sotto le ginocchia... ma non bastava e non ero pratica. Provai ad abbassarmi ma, con le calze strette, rischiavo di perdere l’equilibrio.
Don Liborio era sbiancato, guardando da dietro. A parte lo “spettacolo” cui non era preparato, dovette credere che ero pure senza mutandine. Probabilmente non aveva mai visto una donna in perizoma davanti a se. Calai giù, piano piano, anche quello; il filo nero scendeva lungo le mia cosce chiare, sottolineando le mie forme e mandando il povero vecchio in visibilio.
Il posto che avevo scelto, per farmi vedere meglio dal vecchio, era lontano da ogni appiglio... non un solo ramo per tenermi con la mano.
Allora divenni ancora più sfacciata, rischiando anche di offendere il malcapitato.
L’età c’era, certo! E se fosse stato impotente? E se aveva subito qualche operazione? Alle persone anziane succede.
- Don Liborio – dissi a bassa voce, fingendomi perduta – mi date una mano? Io qua cado, sicuro!
Lui si avvicinò, guardandosi intorno nervoso; probabilmente aveva più vergogna per lui che per me.
Mi tenni alla sua mano, in precario equilibro, e finalmente lasciai sgorgare la mia abbondante pipì, acuita anche dal freddo che comunque iniziava a farsi sentire.
Il vecchio trovò la forza di sussurrare solo queste parole:
- Madonna mia, madonna... signo’, vuje me fate morì, a me!
- Ma no, perchè? Voi siete così bravo. – finsi una grande ingenuità – adesso mi asciugo e abbiamo finito, va bene? Tenete un fazzoletto pulito? –
Come un automa, prese il fazzoletto e me lo porse, ma io, infoiata e non paga, mi voltai verso di lui col sedere e chinandomi in avanti dissi:
- Potete asciugarmi voi, don Liborio? Ho paura di inciampare nelle calze.
Il vecchio balbettò qualcosa, ma si decise e, con grande delicatezza, tamponò la vagina con la stoffa. Agiva lentamente e credo fosse rimasto incantato.
Standogli abbastanza vicino, potei costatare ciò di cui ero già certa, conoscendolo: era un uomo pulito e non puzzava. Forse, eccitata come mi ritrovavo, probabilmente, non mi sarei fatta troppi scrupoli... ma il fatto che, qualsiasi cosa sarebbe accaduta, mi trovassi in compagnia di un uomo pulito, mi rincuorava e mi faceva sentire a mio agio. I cattivi odori mi frenano...
- Signò, perdonate... io ... forse è meglio che me ne vado! – sudava e incespicava sulle parole – Non mi fate fare nu’sproposito! Io vi rispetto ...
- Ma lo so, lo so ... voi siete un angelo. – dissi pronta.
In quella assurda situazione, nel boschetto di pomeriggio, io ero di fronte al vecchio contadino e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, tenevo giacca, top e gonna di sopra , mentre di sotto, ero nuda e discinta, come mamma mi ha fatto, con le calze attorcigliate agli slippini.
Lui mi guardava la vulva, che depilo solo sui lati, mentre al centro la lascio naturale, con la folta peluria, castano scuro.
Sembrava una conchiglia, un riccio di mare forse, e spiccava nettamente sulla mia carnagione assai chiara.
A quel punto, non sapendo che altre idiozie inventarmi, come fosse la cosa più naturale del mondo, gli presi la mano e me la infilai sotto la maglietta, facendo venire le sue dita a contatto col seno, enorme e morbido.
Toccare la mia pelle delicata lo fece trasalire, cercava di dire qualcosa, ma ormai era completamente in mia balia.

- Restiamo cinque minuti, si sta ancora cosi bene... – parlavo a bassa voce, adesso, per stemperare la tensione, le mie guance ormai erano di fuoco, anche per un po’ di vergogna, dopotutto stavo veramente esagerando.
Don Liborio, non più padrone de sé stesso si strinse a me, abbracciandomi in maniera grossolana e impacciata.
Mi teneva il seno, poi mi toccava la pancia, le sue dita erano forti e ruvide; sentii la sua forza e la sue decisione: quando mi strinse la vulva, come si spreme un limone... mi fece trasalire.
- Voi siete vedovo, è vero? – dissi, pur di fare finta che niente fosse... non so cosa mi avesse preso, una specie di frenesia folle. Intanto gli aprii il pantalone, un vecchio modello di lana, con i bottoni di osso; di sotto, il poverino, portava un’altra difesa, però. Certo per stare tutto il giorno all’aria aperta, doveva riguardarsi, infatti indossava poi un altro pantalone: era di un pigiama leggero, estivo.
Non oppose resistenza, quando delicatamente gli tirai giù anche quello.
Aveva le vecchie mutande bianche, gli slip di cotone, con il taglio di sbieco per fare pipì; in vita mia non li avevo mai visti, indossati.
Non mi fermava più niente, in quel momento, avrebbe potuto indossare anche una minigonna ero decisa a trovare il suo cazzo, nonostante gli strati di abbigliamento con cui si difendeva.
Non volevo niente di particolare... la mia frenetica ricerca aveva un solo scopo, primario, esaltante: volevo vedere che effetto avevo fatto a quel vecchio; volevo vedere come manifestava, fisicamente, il piacere che gli donavo.
Don Liborio ormai affannava: aveva gli occhi socchiusi e biascicava qualcosa:
- Bella, bella siete... – intanto, goffamente, si muoveva a scatti, cercando, a modo suo di accarezzarmi, tutta. Più che accarezzarmi, stringeva la mia carne, come se volesse tastarla. Trasecolò e rimase bloccato, quando si rese conto che, senza vergogna, cercavo di intrufolare la mano sotto l’elastico delle mutande.
Trovai la pelle liscia dell’inguine, poco tonica, poi, seguendo i peli arruffati e caldi, arrivai alla radice del suo pene.
Era molliccio, barzotto, ma pulsava e tendeva a gonfiarsi; trovai il membro piegato all’in giù e mi venne quasi da ridere... però c’era ed era consistente: ne gioii!
Si riprese e tornò a martoriarmi le zinne, arrancando sui capezzoli turgidi e spessi, mentre io cercavo di prendere dimestichezza con quel suo arnese. Non poteva certo diventare più duro, povero, schiacciato com’era e a testa in giù. Glielo ripassai tutto, con la mano appiattita, per affondare in profondità, tra le gambe. Quando gli catturai il glande, abbastanza spropositato e coperto, quasi del tutto, dal prepuzio, lo trovai bagnato di smegma, tiepido e attaccaticcio. La scoperta mi fece rabbrividire, lanciandomi lungo la schiena fitte di piacere, mi veniva da piegarmi su me stessa.
- Controllate che nessuno ci vede – intimai; non avevo intenzione di portarmelo in casa... volevo gustarmelo tutta la scena come l’avevo sognata: un rapporto bucolico, persi nella natura e goduta alla svelta, come piace a me.
Avrei potuto essere presa e sbattuta, senza troppi riguardi, dall’arrapato “signorotto” di turno, come accadeva un secolo fa.
Ci spostammo più dietro, verso il grosso castagno e feci del mio meglio per non cadere. Mi aggrappai ai pantaloni del vecchio e gli tirai tutto giù, lasciandolo mezzo nudo, con le gambe glabre e magre. Tra le cosce, alla luce del meriggio inoltrato, una massa molto scura attraeva tutto il mio interesse e la mia libido.
Il suo cazzo era cupo e per niente piccolo, solo non era in erezione totale, oscillava, libero, come una proboscide a ogni piccolo movimento.
Però la cosa veramente grande era lo scroto... io non ero mai stata con un uomo anziano e non potevo saperlo, aveva palle grosse in una sacca rugosa, scura come fosse un negro, sembrava una sacca di cuoio... l’immagine era magnetica, aveva qualcosa di osceno che, però, mi attraeva... un certo fascino peccaminoso, proibito. Non mi ero mai sentita tanto trasgressiva, anche perchè (cosa rarissima) tutto dipendeva dalla mia iniziativa... il vecchio era pressoché passivo.
Mio marito non ne sapeva niente, non avrebbe potuto nemmeno immaginarselo. Era la prima volta, in venti anni che lo tradivo, in realtà. E probabilmente glielo avrei anche confessato; per ora, tutto stava succedendo così in fretta.
Ero certa che l’uomo non subisse un pompino chissà da quanto... forse era solo una mia supposizione, ma mi piaceva pensarlo.
- Si sta facendo scuro – dissi, senza un particolare motivo, giusto per non fare tutto in silenzio; don Liborio era un automa nelle mie mani e non profferiva un pensiero compiuto da oltre un quarto d’ora.
Puntellandomi bene sui piedi, gli presi in mano tutto “il pacco” e me lo tirai verso la bocca. Ebbi la netta sensazione che il vecchio, se avesse avuto la possibilità di scegliere, sarebbe scappato via, probabilmente non riusciva a convincersi di ciò che gli stava capitando.
La sua titubanza mi rese più accanita. Mi avventai sulle sue gonadi, succhiando e arrancando, decisa a prendere in bocca una di quelle grosse, morbide, palle. Ci riuscii.
I peli del vecchio erano umidicci e odoravano di maschio.
Dopo una gustosa leccata, mi dedicai alla sua asta, che, attimo dopo attimo, diventava sempre più rigida e imponente. Don Liborio doveva aver avuto un cazzo notevole, da giovane. Me lo indirizzai tra le labbra e gli presi il glande in bocca, succhiandolo decisa.
Lui mi stava cadendo addosso e dovette aggrapparsi alla scala. Stringeva le gambe e cercava di sottrarsi, involontariamente; probabilmente era per la goduria.
- Signò che mi fai, mamma mia... che mi fai! –
Non potevo né volevo rispondere. Vista la sua reazione spropositata, mi dedicai anima e corpo al bocchino, cercando di portare don Liborio alle stelle.
Quando riuscivo a prenderlo quasi tutto in bocca, lui si piegava sulla pancia, come se dovesse orinare e si sforzasse per trattenerla. Non riuscivo a fermarmi, ero molto eccitata e mi strusciavo, frenetica, le dita sulle grandi labbra, incapace di resistere alla voglia di trastullarmi.
- Tra poco ve ne dovete andare, facciamo presto. – gli dissi liberandomi la gola – Riuscite a venire? Volete arrivare? –

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Capii che confermava ma era troppo sperduto nella sua estasi, per rispondere in maniera sensata; allora mi alzai e cercai di portare a termine l’accoppiamento prima possibile.
Era tardi. Era rischioso... e, infine, non sapevo il vecchio che tempi avesse, poteva pure metterci ancora mezz’ora.
Non mi andava di lasciarlo andare via a bocca asciutta, poverino, chissà da quanto non scopava; ma neppure mi andava di menarglielo in tutti i modi pur di farlo arrivare. Sarebbe diventato noioso e seccante: non era mica una puttana, dopo tutto.
L’albero che ci faceva da paravento, verso la casa e il resto del giardino, aveva una comoda sporgenza: lo spezzone di un ramo potato da tempo.
Mi ci accostai e lo usai per ancorami con la mano, così, potei mettermi a novanta gradi, considerando che era la posizione migliore per gestire l’introduzione del suo pene. Dopotutto, eravamo in posizione così precaria, là fuori, che non ci si poteva permettere grandi performance.
Tutti quegli arzigogoli mentali, su luogo e posizioni, le poche parole scambiate con lui, senza amore, senza trasporto, ma solo con l’obiettivo, preciso, di fare una porcata con un vecchio laido, mi rinvigorirono il piacere e ricaricavano di umori la patatina.
“Ottimo, pensai, fradicia come sono, dovrebbe scivolarmi dentro facilmente.”
Guardai con attenzione il membro di lui, che era al mio fianco. Si masturbava aspettando, compostamente, il suo momento. Riflettei un attimo e capii tutta la situazione: don Liborio era stato un superdotato, negli anni d’oro. Ora, con l’età, il sangue non aveva più la stessa forza e, nonostante fosse gonfio come un palloncino, non era molto duro.
- Venite dietro! – gli ordinai e lui eseguì, senza dire una sola parola.
Mi puntò subito il glande in figa, ma quando premeva per entrarmi dentro, il suo pene si piegava. Mi impossessai della punta con la mano libera, e, da sotto, con le dita cercai di pressarmelo tra le grandi labbra.
Lo mollai di nuovo; riempii la mano di saliva e me la ripassai in figa per essere lubrificata al massimo. La mia cosina era per natura molto stretta e, se un cazzo non era bello, consistente, non era facile introdurcelo, mi era già successo.
Ricominciammo ad armeggiare: io col glande che forzavo l’apertura e don Liborio, che si teneva il lungo bastone stretto in mano, come un capitone per non farlo sgusciare via.
“Ecco, ci siamo” pensai, quando finalmente, avvertii il suo ingresso nella mia natura.
Piano piano, don Liborio, forzando e spingendo molto lentamente, s’intrufolò in me col lungo serpente gonfio e riuscì a possedermi.
Dopo pochi attimi mi era dentro fino ai coglioni, il cui contatto, mi diede un rovente piacere che mi attraversò fino alla nuca. Avevo la pelle d’oca, e non per il freddo della sera, ve lo assicuro.
Il vecchio, ora che comandava e fotteva, si bloccò dentro di me. Per non rischiare di uscire dalla vagina, non chiavava, piuttosto, esercitava dei piccoli movimenti sussultori, delle piccole spinte, aiutandosi con le mani che mi tenevano bloccata per i fianchi.
Sentirmi tutta riempita da quel coso che spingeva mi portò a un lungo stato d’estasi. Quando il vecchio, raggiunto un ritmo che gli confaceva, con una mano si spinse in avanti per cercarmi le poppe, le liberai dalla maglia e dal reggiseno, per evitare che mi rovinasse gli indumenti.
Ora, nel giardino, compivamo l’antica copula in mezzo al verde. In mezzo alla natura, fredda, di dicembre.
In modo discinto, in totale abbandono, mi lasciavo chiavare da quel poveretto che non vedeva la figa da anni. Mi toccava con bramosia anche il sedere e poi, quando ci riusciva, si aggrappava a una delle tette, che ballonzolavano sotto i colpetti di cazzo che mi imponeva.
Don Liborio aveva le gambe un po’ piegate per mettersi meglio a favore della mia vagina aperta.
Quando mi accorsi che l’eccitazione gli aveva reso il cazzo estremamente duro, quando ne sentii la presenza viva fino in pancia, i movimenti del vecchio diventarono più virili e, anche se per poco, iniziò a scoparmi veramente.
Era pur sempre un uomo, forte e sano. Si rizzò sulle gambe e cominciò a stantuffare come un toro sulla giovenca. Tirava, annaspava e chiavava. Dopo nemmeno due minuti, soffiando dal naso, si irrigidì, gemendo, e allora capii che stava per schizzare.
Me lo tolsi da dentro mentre le prime gocce di sperma già mi irroravano la figa, ma non rinunciai a voltarmi e a prendergli il cazzo in mano... Volevo vederla e sentirla la sua sborra. In fondo, tutto quello che era accaduto, era frutto della mia curiosità riguardo a come sarebbe venuto il vecchio contadino.
Lo sperma gocciolava a fiotti, come spinto da pulsazioni, era bianco, diafano, mi sembrava molto più liquido rispetto a quello denso e appiccicoso di mio marito.
Ero in estasi, tenevo il cazzone con una mano e le sue palle nel palmo dell’altra.
Glielo presi nuovamente in bocca. Lo sperma usciva ancora. Succhiai, ne ricevetti ancora, sulla lingua.
Il sapore era più o meno il solito, mentre l’odore era meno penetrante nelle narici.
Mentre mi accanivo, sovreccitata, non feci caso al poveretto, che per poco non mi sveniva addosso per il piacere e la stanchezza. Si tenne all’albero per tenersi in piedi.
- Mamma mia, mamma mia... signò! – mormorava – Signò, non mi sento più le gambe... non mi trattengo... –
Non capii bene. Ero troppo intenta a succhiare il pene, molle ma piacevole; mi resi conto del suo avvertimento solo quando un fiotto salato mi invase la bocca: arretrai disgustata.
Ecco di cosa mi voleva avvertire, gli scappava la piscia e proprio non riusciva a trattenerla.
Non mi arrabbiai, non volevo mortificarlo. Mi alzai subito e, di fianco, gli tenni il pisello per tutta la lunga pisciata, divertendomi a indirizzare il getto a destra e a manca.
- Io vado dentro, don Libo’... s’è fatto tardi. Buonaserata! – in un attimo mi ricomposi e lo lasciai là fuori, a riprendersi, nell’oscurità della sera incombente.
Arrivata a casa, davanti allo specchio, mi resi conto della devastazione del mio abbigliamento.
La maglietta era sporca di sborra e ancora umida, le calze si erano sfilate in più punti e il tailleur era tutto stropicciato, ma ne era valsa la pena.
Non potei permettermi di venire a mia volta, come mi piace fare, era veramente assai tardi.

Fu poi quella notte che tentai il tutto per tutto e quando mio marito, completamente ignaro del mio tradimento, arrivò a letto, lo aspettai tra le lenzuola, completamente nuda. Percepì subito il mio messaggio e lentamente iniziò a carezzarmi, con delicatezza. Nascosta, dietro la schiena, tenevo la maglietta nera intrisa di sperma, ormai secco.
Appena sarebbe stato più eccitato, gliel’avrei mostrata per raccontargli questa storia, così, proprio come l’ho appena confessata a voi. Voi che ne dite, mi perdonerà?


©Giovanna S. – 2013 - 2014 - 2015
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