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Perversioni Familiari I (cap. IIIV)
#1
LA RACCOLTA DELLE PESCHE
Una sera nonno si lamentò di un principio di dolore al nervo sciatico. Era un problema di cui soffriva e ogni tanto si ripresentava, ma come sempre non se ne curava se non quando doveva ricorrere alle forti dosi di medicinali e finire allettato, e anche quella volta pur svolgendo i lavori in campagna con fatica e claudicando non voleva saperne di mancare alla raccolta delle pesche di cui, lui e nonna, si occupavano ogni anno.
Si era tutti attorno alla tavola a mangiare quando i discorsi si accentrarono su quello. Nonna, vedendo il marito sofferente, si impuntò sul fatto che lui non si sarebbe dovuto azzardare ad avvicinarsi alla piantagione delle pesche e su questa ferma decisione fu appoggiata dal figlio Dario, dai miei genitori e da zia Rita che insisté più di tutti, alla fine nonno si arrese e accettò di farsi da parte, per una volta, e “lasciare spazio ai giovani,” disse sorridendo davanti a un bicchiere di vino. Zia durante le trattative tirò in ballo anche me e Giulia. In pratica ci arruolò, senza prima consultarci, ad aiutarla nella raccolta e la cosa mi diede un po' di fastidio perché con alcuni amici avevo programmato di passare la giornata al mare, quando però notai zia scambiare un sorriso d'intesa con mia sorella, dopo aver convinto nonno a cedere, la prospettiva di una giornata nella piantagione da passare con loro mi diede meno fastidio, anche se la presenza di zio Dario mi rendeva difficile immaginare un qualche risvolto trasgressivo.
Il mattino seguente comunque, molto presto, ci mettemmo in viaggio, nonna ci aveva preparato un lauto pranzo al sacco e Giulia mi fece capire che aveva tutte le intenzioni di farmi sbavare tutto il tempo grazie al prendisole dal tessuto così leggero e sottile da far trasparire il suo splendido corpo e così stretto che sembrava che le sue forme esplodessero da un momento all'altro. Si accomodò con me sul sedile posteriore e le bastò accavallare le gambe con finta indifferenza per suscitarmi una marcata erezione che premette con forza contro i pantaloncini. Il prendisole le andava così stretto che risalì lungo le cosce permettendomi di sbirciare le sue mutandine poi alzai lo sguardo per guardarla in faccia. Sapeva che la fissavo con insistenza, lo vedeva con la coda dell'occhio e si ostinava a fingere di incantarsi sulla campagna circostante ma la tradiva quel sorrisino malizioso cui accennavano gli angoli della bocca mentre zia, dal canto suo, si stava godendo quel nostro improvvisato gioco di sguardi mancati, ammiccamenti, provocazioni ed erezioni.
Il pescheto era distante alcuni km e ci arrivammo in una manciata di minuti che a me però parvero ore. Lì trovammo Mircea, l'operaio rumeno che nonno ogni tanto chiamava per farsi dare una mano nella terra, che ci aspettava appoggiato allo sportello del suo camioncino. Quando mia sorella lo vide sollevò un angolo delle labbra in un sorrisetto maligno, non provava simpatia per gli stranieri che ormai erano stanziati in gran numero nel nostro paese così come in tutta la Sicilia e detestava soprattutto i rumeni, da lei considerati zingari, e gli africani. Eppure come scese dalla macchina andò dritta verso di lui sfoggiando un incedere ammiccante ed un sorriso compiacente, a lui brillarono gli occhi nel vedere una così bella gnocca avvicinarsi e stringergli la mano. Quando si presentò si sporse appena appena ma abbastanza per offrirgli una visione ancora più ampia e profonda della scollatura e del seno bello sodo e procace. Mircea si fece tutto rosso e balbettò il proprio nome poi Giulia si girò e ancheggiando come una puttana mi raggiunse gettandomi le braccia al collo e con un tono enfatico e teatrale disse che era felice di passare la giornata in maniera diversa dal solito. Nell'abbracciarmi sentì la mia erezione che intanto era cresciuta a dismisura grazie a quel siparietto da vera troia che se da una parte mi aveva fatto incazzare e ingelosire dall'altra mi aveva eccitato in modo pazzesco. Non aspettai che gli zii ci dessero indicazioni riguardo le pesche da scegliere o la fila di alberi a cui dedicarci, non presi nemmeno l'attrezzatura per la raccolta, poggiai la mano sulla schiena di mia sorella e ci incamminammo verso una zona del frutteto più appartata.
 
POMPINI NEL BOSCO
Giulia si lasciava spingere e avanzava svogliata, ciondolava il capo simulando un'andatura da ubriaca, mi sorrideva sbarazzina e scimmiottò la parlata goffa del rumeno poi lo ricoprì di insulti e mi confidò il godimento provato nell'eccitare quello che definì 'un lurido porco zingaro' e lì, mentre io mi dirigevo spedito verso il primo posticino adatto a farmi mettere in atto quel che mi stava martellando in testa, riconobbi la versione odiosa e detestabile (e proprio per questo ancora più eccitante) di mia sorella.
Ci imboscammo fra un gruppo di piante e la feci inginocchiare, mi abbassai i pantaloncini e le piazzai davanti la faccia il mio cazzo in piena erezione, le brillarono gli occhi quando lo vide svettare pulsante, sorrise e si passo la lingua sulle labbra come chi pregusta il piatto prelibato che ha davanti, si scostò le ciocche di capelli portandole dietro le orecchie e si infilò la mia cappella dura in bocca.
Passammo una buona decina di minuti in quel modo, mia sorella si produsse in un pompino da favola, me lo succhiava poi lo faceva uscire dalla bocca e lo leccava dalla punta dura e arrotondata fino ai testicoli gonfi dal piacere che le avrei esploso dentro, leccava la peluria intorno alla base poi risaliva e tornava a metterselo in bocca e a succhiarlo con ardore rilasciando dei mugolii gutturali ogni volta che io, muovendo il bacino, ritraevo l'asta dal suo palato. Fu una meravigliosa scopata in quella sua fantastica bocca, calda e accogliente come una fica. Quando sentii prossimo il culmine della goduria le afferrai la testa tenendogliela ferma, premetti sulle tempie e diedi gli affondi finali fino a liberarle il mio sperma inondandole bocca e gola. Giulia ingoiò più che ne poteva, quando sfilai il cazzo dalla sua bocca un ultimo schizzo le si posò sulle labbra e il muso e colò lungo il collo, lei lo raccolse prontamente con due dita e lo riportò su e nel succhiarle con fare goloso mi sorrise e mi fece l'occhiolino.
Zia osservò tutto immobile e compiaciuta fermandosi qualche passo più indietro, la notammo solo quando ci girammo per tornare alla macchina, ci fissava con un sorriso che sapeva di complimento ma allo stesso tempo aveva un ché di malandrino come se pregustasse qualche altra porcata da fare là.
Aveva sottobraccio un cesto di vimini con dentro tre coltelli da posate e due paia di guanti, per me e per Giulia, mentre il suo lo aveva già indosso; ce li distribuì dicendo che aveva mandato zio e l'operaio rumeno (a proposito: si complimentò divertita con mia sorella per come lo aveva mandato in tilt) nella parte opposta del frutteto così avremmo 'lavorato' in santa pace, lo disse ammiccando e le guardai entrambe sorridendo. Sarebbe stata dunque una dura giornata di lavoro, replicai a mia zia ricambiando con un sorriso altrettanto ammiccante, poi mi infilai i guanti e iniziai la raccolta delle pesche.
Dopo una buona ora avevo riempito sì e no un terzo del cesto, che invece avrebbe dovuto essere pieno, ero continuamente distratto dal fare stuzzicante delle mie due compagne che non la smettevano di lanciare battute maliziose, di civettare tra loro e mettersi in pose volutamente provocanti sporgendosi in avanti per staccare i frutti dal ramo e, nel farlo, stare bene attente che fossero in bella mostra le tette (e quelle di mia sorella erano da urlo) o sculettando spudoratamente nel salire sui pioli della scaletta di legno che appoggiava al tronco (e anche in quanto a culo, quello alto, sodo e rotondo di mia sorella batteva quello di zia).
Nonostante le 'torture' a cui sottoponevano la mia libido continuai per un'altra ora a dedicarmi alle pesche, poi ci concedemmo una pausa per fare colazione. Io scartai un panino al salame dall'involucro, Giulia si era portata dietro i suoi yogurt magri e i fiocchi di latte mentre zia Rita scelse con cura la pesca più succosa fra quelle raccolte, la pulì e la addentò lasciando che il succo le colasse dal mento incanalandosi nel solco tra i seni, e inginocchiandosi accanto a me e sporgendosi mi invitò a leccarlo. Naturalmente non me lo feci ripetere e leccai fino a risalire alle labbra ed a ficcarle la lingua in bocca, poi dopo averla spolpata tutta si allungò per gustarsi un altro frutto: il cazzo che fremeva tra le mie gambe e che lei ingoiò con un 'appetito' ancora più intenso. Stavamo tutti e tre semisdraiati su un morbido manto di erbetta fresca ed al riparo da alcuni cespugli e da una serie di piante. Ci arrivava il chiacchierio incomprensibile di zio Dario e dell'operaio rumeno, ad una trentina di metri distanti, intenti a fare discorsi su chissà cosa, e mentre zia me lo succhiava con gusto mia sorella si limitava a guardarci (aveva già avuto la sua dose di cazzo nella bocca) e la imitava leccando, con fare lento e sensuale, il cucchiaino intinto nello yogurt. Mi venne un'idea, o meglio, un languorino. Feci avvicinare Giulia in modo da sistemarsi al mio fianco poi le feci allargare le gambe e le sollevai il prendisole; le dissi di lasciarsi cadere un abbondante cucchiaio di yogurt sulla fica, lei eseguì divertita e così mentre zia continuava con dedizione a farmi il pompino io assaporavo il sapore dello yogurt misto a quello, assai più inebriante, della mia sorellina, e lei godeva beata nel farsela leccare. Proseguimmo in sintonia per un bel po' e finché ci arrivava il cicaleccio dei due dall'altro lato del frutteto stavamo tranquilli perché non ci avrebbero sorpreso in quelle pratiche così porche. Dopo che venni copioso nella bocca di zia, e che Giulia venne nella mia, ci sistemammo e riprendemmo a lavorare in modo serio per un altro paio d'ore, senza altre 'distrazioni'. Consumammo poi il pranzo al sacco e subito tornammo a raccogliere e riempire ceste fino alle quattro del pomeriggio, quando finimmo la giornata lavorativa.
Era il momento di andarsene ma quando ci ritrovammo tutti davanti al camioncino di Mircea, dopo aver caricato sul pianale tutto il raccolto, zia improvvisò dicendo che assieme ai due nipoti si era deciso di non tornare dritti al casolare ma di fare una tappa al mare per ritemprarci con un bel bagno, poi disse al marito che se non aveva voglia o se fosse troppo stanco per unirsi a loro ci avrei pensato io (indicò me) a portare la macchina. Lui infatti declinò l'invito preferendo rientrare subito e ritemprarsi sì, ma davanti a una birra e comodamente seduto sulla poltrona di vimini. Così salì sul camioncino del rumeno (ancora turbato per gli atteggiamenti da vogliosa puttanella coi quali mia sorella lo aveva distratto ad ogni occasione) e partirono per rientrare al casolare dei nonni mentre noi ci avviammo verso il mare e durante il tragitto non scambiammo una parola, tanto non era necessario parlare. Non avevamo nessuna voglia di imbastire quei dialoghi banali sul tempo e sulle stagioni, e né commentare il lavoro fatto e la stanchezza sopraggiunta. Ognuno dei tre in silenzio pregustava l'ennesima oscenità che ci attendeva, perché se zia propose di scendere a mare (parlando di una decisione comune di cui noi invece non sapevamo nulla) di certo non era solo per farci un semplice bagno.

PORCATE AL MARE
Appena giunti sulla costa allungammo di un altro paio di chilometri per raggiungere una caletta assai poco frequentata dove io ero stato in alcune occasioni a limonare con qualche ragazzina. Ci sfilammo velocemente i vestiti ed entrammo in acqua. Dopo una calata e una nuotatina in direzioni diverse ci ritrovammo vicini e zia Rita prese ad accarezzarci entrambi su tutto il corpo e fu allora che per la prima volta ci baciammo tutti e tre insieme. Trovai molto sensuale quel cercarsi e avvilupparsi di lingue e quello strofinarsi di labbra insieme al palparci voluttuoso. I nostri respiri si mescolavano e quei baci languidi e arditi sapevano molto più di un gioco proibito, molto più di un fatto di sola carne e corpi e sesso, arrivai quasi al punto di esternare un “vi amo,” un “voglio che sia così per sempre”. Fui scosso dal desiderio di chieder loro di fuggire; di implorarle, se fosse stato necessario, di scappare e di vivere liberi quello che stavamo vivendo noi tre. Di andare a viverlo ovunque ci portasse la voglia di allontanarsi.
Le abbracciai con più forza, sentii la loro pelle premere sulla mia e affondai con più brama la lingua alternandola nelle loro bocche. Feci scorrere le mani sulle loro schiene e arrivai a palpare i loro culi, sott'acqua, saggiando la diversità fra quello alto e sodo di mia sorella e quello più basso e più rilasciato di zia. Nonostante mi facessero arrapare tutti e due tendevo ormai a preferire quello di Giulia. Ad essere sincero ormai preferivo mia sorella in tutto: per l'abilità con cui me lo sapeva succhiare, per la freschezza e l'elasticità della sua fica e per come le sue pareti vaginali riuscivano ad avvolgermi e stringere il cazzo quando la scopavo, oltre che per la soddisfazione che provavo nel pastrugnarle le tette belle sode e generose e per l'eccitante senso del peccaminoso che mi tormentava piacevolmente ogni volta che mi soffermavo al pensiero del nostro rapporto incestuoso.
Incestuoso era la parola che più di tutte le altre mi suscitava una erezione, e fare sesso con la propria sorella carnale era un incesto a tutti gli effetti, molto più che farlo con una zia acquisita. Senza contare il fatto che mia sorella era diventata una vera bellezza.
Misi da parte questi tecnicismi sull'incesto e infilai le dita nei piccoli solchi tra le cosce delle due mie amanti, nelle labbra turgide delle loro fiche, solleticandole, e spasimi di piacere scossero i loro corpi. Mi si strinsero ancora più addosso poi zia sussurrò di uscire dall'acqua e appartarci dietro alcuni scogli più in là di una decina di metri, per metà sulla sabbia e metà lambite dalle onde.
Quando fummo là misero in atto un giochetto che mi procurò un piacere mai provato prima. Mia sorella iniziò a baciarmi sul collo e continuando a baciare scese sul petto, sull'addome e sul pube per poi dedicarsi al cazzo che manteneva il vigore preso durante il bagno, mentre zia, che si era piazzata alle mie spalle, mi abbracciò da dietro e in perfetta sincronia con Giulia fece scorrere la lingua sulla mia schiena, raccogliendo lungo il cammino le goccioline salate che avevo sulla pelle e continuando a scorrere fino a raggiungere le mie natiche. Con le dita invece scorreva sul davanti, sui capezzoli, sul costato, sui fianchi, fino a farle arrivare alle natiche e divaricarle mettendo allo scoperto il buco del culo. Provai un attimo di imbarazzo quando dopo avermi solleticato il bordo spinse la punta della lingua facendola entrare. Fui quasi tentato di spostarmi con uno scatto per farla smettere, ma durò appunto solo un attimo perché fu inebriante percepire quel muscoletto morbido e bagnato insinuarsi nel retto e, coi suoi movimenti di entrata e uscita, solleticarmi e stimolarmi quelle terminazioni nervose che non immaginavo potessero dare tanto piacere. Un piacere che diventava vera e propria estasi se unito a quello che mia sorella mi stava dando succhiandomi il cazzo, come lei sola sapeva superbamente fare, e massaggiandomi le palle con le dita. Fu meravigliosa quella situazione: loro due inginocchiate a darmi piacere davanti e di dietro. Era come se avessi un fiume dentro, un fiume di piacere, e loro, con il loro gioco di lingue e labbra e risucchi, se ne contendessero il flusso attirandolo, deviandolo, ora verso l'una ed ora verso l'altra.
Restammo in quella posizione fino a quando non sentii prossima la sborrata e allora posai la mano sul capo di zia per staccarla da lì dietro. Mi dispiacque farlo perché mi stava facendo godere come un mandrillo tenendomi scostate le chiappe e affondando il naso nel solco che le divideva e la lingua che scivolava sempre più dentro il mio culo, ma volli che prendesse anche lei la sua meritatissima dose di sborra. Aveva letto sulle community di Internet che intervenire con una serie di pressioni e rilasci in alcuni punti dello scroto e dell'asta procurava delle sborrate più abbondanti; insomma, come diceva lei, si svuotavano ben bene le palle. E le svuotai davvero quella volta. Giulia mi smanettava la verga e zia premeva e rilasciava nei punti giusti e fiotti copiosi di sperma bianco e vischioso partivano dal buchino nella cappella e andavano a colpire quelle due in faccia, sui capelli, e in buona parte entrandogli in bocca, poi, mentre io rilasciavo sospiri profondi e mugolavo, loro due presero a leccarsi a vicenda ed a baciarsi scambiandosi la sborra, ridacchiando e ammiccando come le protagoniste di uno spettacolo porno.

IL VU CUMPRA BEN ‘FORNITO’
Mi staccai da loro sfinito ma pienamente soddisfatto, avevo avuto contemporaneamente mia sorella a succhiarmi il cazzo e mia zia a leccarmi e penetrarmi il buco del culo, avevo goduto fino all'estasi e ritenni fosse l'ora di rivestirci e rientrare a casa ma notai mia sorella puntare lo sguardo in lontananza assumendo quella espressione interessata e malandrina che -ormai lo avevo imparato- preannunciava altri scenari trasgressivi e lussuriosi. Quando mi voltai e vidi verso chi Giulia mostrava tanto interesse scossi il capo e sorrisi immaginando che lei avrebbe perso solo una manciata di minuti nel perculare [prendere in giro] il 'vu cumprà' che si stava avvicinando col suo carico di cianfrusaglie. Avevo ottenuto il mio bel godimento e non chiedevo nient'altro che di ritornarcene al casolare dei nonni, anche perché mi era venuta una gran fame, e confidavo che facesse presto, ma fui preso da un senso di scoramento e inquietudine, rabbia e paura quando afferrai il sussurro che Giulia rivolse a nostra zia. Ero basito; non potevo credere che la mia sorellina fosse diventata una tale ninfomane. “Voglio il cazzo di un negro!”, disse a zia Rita. Glielo disse mentre fissava l'uomo che con l'andatura ciondolante arrivò e lasciò cadere sulla sabbia due borsoni che produssero il disordinato tintinnare di tutta la chincaglieria che contenevano, poi alzò gli occhi su zia e Giulia che stando abbracciate gli si erano parate davanti e sorrise loro mostrando quella dentatura larga e bianchissima che solo i negri sanno sfoggiare. Da come le osservava e sorrideva si capiva benissimo che stesse valutando e apprezzando la 'merce' che stavolta erano loro due a ostentare spudoratamente. Mentre io restavo fermo e sconcertato guardavo mia sorella mettere in atto le sue tremende tecniche di provocazione, ma se con l'operaio rumeno si era divertita a tirarlo matto facendolo solo guardare ma non toccare ora, con un negro alto quasi due metri, sembrava decisa a divertirsi molto di più, e tra le cose che mi suscitarono un moto di rabbia ci fu anche il vedere come zia si compiacesse del comportamento di sua nipote e addirittura la aiutasse a soddisfare quella insana voglia di farsi scopare da uno sconosciuto. Mi ritrovai spiazzato perché non avevo mai preso in considerazione l'idea che mia sorella portasse (per usare una metafora) il suo essere troia oltre i confini dell'ambito familiare e ora che si apprestava a farlo montava in me la gelosia e il fastidio.
Quelle due troie continuarono a fare le smorfiose col 'vu cumprà' ridendo e occhieggiandolo maliziosamente e lui, dal canto suo, continuava a ricambiare sorridendo imbarazzato. Fu zia allora a rompere gli indugi: “Beh ma insomma è tutta qui la roba che hai da mostrarci? non è niente di che...”, disse indicando la chincaglieria con aria delusa, allora Giulia intervenne e allungando il braccio puntò il dito sul cavallo dei pantaloni stinti e sformati dell'uomo dicendo: “Lì però scommetto che hai qualcosa di speciale... Tu che ne dici zia?”.
“Uhm,” rispose lei sorniona, arricciando le labbra, poi aggiunse: “Non lo so, cara nipote; finora la sua merce ci ha molto deluse ma magari può soddisfarci con quello che ha là sotto...”, poi scoppiarono a ridere abbracciandosi e baciandosi strusciando le lingue fra di loro. Nel vedere quel siparietto e nel sapere poi che quelle due zoccole erano zia e nipote l'uomo si eccitò al punto che dal cavallo largo spuntò un gonfiore che fece brillare gli occhi a mia sorella.
“Mia nipote ha visto qualcosa che le interessa...,” disse zia afferrando l'orlo sudicio dei pantaloni e abbassandoli fino a liberare un cazzo enorme. Era naturalmente più lungo del mio ma la cosa non mi sorprese perché era notorio che i negri fossero dei superdotati. Rimasi lì, immobile e incredulo nel vedere Giulia inginocchiarsi sorridente, smanettare quella sorta di proboscide con entrambe le mani e leccare la cappella grossa e rosea mentre fissava quel gigante nero e magro dal basso verso l'alto. Sembrava una piccola e tenera bambina intenta a leccare un grosso Calippo alla liquirizia e invece era la mia cara sorella alle prese con l'enorme cazzo di un negro che se la godeva compiaciuto. Non ci vidi più dalla rabbia e partii per avventarmi contro quel tipo, spintonarlo o prenderlo a sassate o alla peggio prenderlo a cazzotti, o almeno provarci pur sapendo che quegli africani sono duri come l'ebano. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di farlo staccare da mia sorella, ma venni fermato da zia Rita che mi si parò davanti col volto improvvisamente accigliato e con uno spintone mi buttò a terra per poi gettarsi su di me e abbassarmi i pantaloncini, mettendo a nudo un cazzo eretto e pulsante. Vedere la mia sorellina fare la troia con un negro mi stava eccitando come mai prima. Zia si levò di nuovo il vestito e mentre lo faceva mi riempiva di insulti, gelosa nel vedere il mio cazzo ingrossarsi più per mia sorella che era in procinto di fottere con uno sconosciuto che per lei. Ma al tempo stesso era contenta di approfittarne, e così afferrò il cazzo e se lo impalò nella fica sedendosi a cavalcioni sul mio pube e ondeggiando frenetica, ansimando, mugolando e ripetendomi di riempirgliela di sborra.
Giulia intanto aveva insalivato quell'enorme cazzo per bene, si era sdraiata sulla sabbia divaricando le gambe e mostrando la fica si solleticava il clitoride invitando il 'vu cumprà' a sfondargliela col suo grosso cazzo. Io avevo mia zia che mi cavalcava continuando a mugolare di piacere e ad insultarmi ma tutta la mia attenzione era rivolta a mia sorella e quando vidi quello zulù stendersi su di lei e infilarle il cazzo nella fica mi misi ad urlare dalla rabbia. Fui io a quel punto a mettermi ad insultare, ed apostrofai Giulia con ogni epiteto che mi venne in mente, da ‘troia’ a ‘schifosa zoccola’ a ‘lurida puttana’, ma più gliene dicevo e più lei ansimava di piacere, sconquassata dal dolore misto al godimento datole dall'enorme cazzo che le sfondava la fregna. Lei incalzava quel negro con i suoi mugolii ed i suoi “ancora... ancora... ancora!” ed io sfogai l'odio che provavo per lei afferrando mia zia per i fianchi sottili e spigolosi e spingendola verso il basso. Contemporaneamente spinsi in su col mio bacino in modo da assestarle col cazzo colpi più decisi e profondi e farglielo entrare tutto fino in fondo.
Presi a scopare mia zia con vero furore. Lei sussultava ad ogni mio affondo. I gemiti le si strozzavano in gola e sobbalzava sul mio cazzo come se si trovasse in groppa ad un cavallo scalpitante. Quando lasciai un fianco le afferrai una tetta e gliela palpai e gliela strinsi fino a farle scappare un grido di dolore ma subito si riprese incitandomi a scoparla con ancora tanta foga: “sì! sì! sì!”, incalzava mentre si dimenava inarcandosi dal piacere. “Scopami come se fossi la più selvaggia delle troie, nipote mio... Sfondami la fica, riempila di sborra e dopo aprimi il culo... sfondami anche quello... Voglio sentire il tuo bel cazzone fino all'intestino, e lo voglio pieno di sborra!”. Non mi feci alcuno scrupolo nel soddisfare le sue ardenti implorazioni ma al contempo non spostavo gli occhi da mia sorella che intanto restava avvinghiata al negro a farsi scopare, trasmettendomi quella rabbia che scaricavo su zia Rita. E questa rabbia pareva mantenesse il mio cazzo sempre eretto e i testicoli sempre gonfi, infatti appena ebbi sborrato nella sua figa mi sfilai da sotto di lei e la feci mettere carponi, mi sistemai dietro e messo ginocchioni le divaricai i glutei e dopo averle sputato nell'ano le affondai prima la cappella poi tutta l'asta nel culo e la cavalcai fino a inondarle l'intestino di una nuova colata di sborra.

SFONDAMENTI ANALI
Capii il gioco di mia sorella quando, girandosi verso di me e con la voce roca per l'eccitazione e rotta per via dei colpi che il negro le assestava col suo cazzo, mi chiamò con un tono strafottente sottolineando quando stesse godendo con quel lungo e nodoso cazzo negro che affondava nella sua fica. Quella troia voleva farmi ingelosire; avevo perso la testa per lei e lo aveva capito. Volevo solo lei e nessun'altra, ma lei era rimasta la spocchiosa e antipatica stronza di sempre con la sola differenza che con lo sviluppo era diventata una strafiga ben equipaggiata di tutto, e quel porco dalla pelle nera stava godendo di tutto quel ben di dio, svuotando il proprio cazzo in quella fica giovane, cruda, fresca e pregna di succhi umorali, affondando le lunghe mani nelle grosse tette, nelle natiche sode e nelle burrose curve del suo giovane corpo, mentre lei gli cingeva i fianchi con le gambe e sussultava ad ogni suo colpo, continuando poi a richiamare la mia attenzione con i suoi: “fratellino, uhmmm... guarda come godo!”. Poi le balenò in mente l'idea di farsi scopare nel culo come io stavo facendo con nostra zia, con però la differenza che quel cazzo, di sei o sette centimetri più lungo del mio (che comunque era una perna di tutto rispetto) e più nodoso, glielo avrebbe sfondato di sicuro, il culo. La vidi scostare energicamente l'uomo che le stava ancora sopra, mentre io intanto continuavo a stantuffare nel culo di zia ma con fare meccanico e senza riversare su di lei alcuna attenzione né passione. Quando poi il negro si alzò sulle ginocchia e vidi il suo cazzo svettare e la peluria della fica di Giulia imbrattata di sperma mi salì un nuovo fomite di rabbia eccitata che tornai ad esaurire assestando spinte più decise nel culo di mia zia che, spossata e con la testa china sulla sabbia, attendeva ormai anche lei lo sfondamento del culo. Mia sorella intanto si girò su sé stessa e si mise carponi divaricando le terga e offrendo il buco del culo al negro che, con la cappella colante di sborra mista ad umori vaginali, iniziò la penetrazione.
Restammo così: due uomini inginocchiati sulla spiaggia che inculavano due donne, o meglio, una signora ed una ragazza. Mia sorella si era girata in modo che potessi guardarla in viso e così vidi disegnarsi sul suo volto una serie di espressioni contrastanti: prima quella sorridente ma altezzosa rivolta a me per suscitarmi ancora rabbia e invidia; poi quella di attesa, quando in apnea aspettava di sentire la cappella grossa quanto una albicocca forzarle lo sfintere ed entrarle nel culo; poi quella concentrata che la portò ad una smorfia sempre più accentuata mentre il cazzo del negro si faceva strada nel suo retto, dandole la sensazione di lacerarlo man mano che conquistava centimetri con una lentezza crudele ma inesorabile.
Giulia divenne una maschera di dolore, le lacrime le rigavano le guance e nel trattenersi si morse il labbro fino a inciderlo. Una maschera di dolore che però conteneva in sé un sottile perverso velo di piacere. Il piacere di farsi sfondare il culo! Spinse con la fronte nella sabbia ed affondò le dita tra i capelli neri che le si erano arricciati per via del bagno in mare e strinse delle ciocche. Emise sbuffi e gemiti di dolore mentre l'ano le veniva forzato e sfondato da quella enorme verga scura e carnosa. Quando la cappella arrivò al punto massimo possibile mia sorella implorò un flebile “basta…” tra le lacrime, i singhiozzi e dei colpi di tosse che le facevano sputare saliva mista allo sperma da poco ingoiato. Io sfilai il mio cazzo dal culo di zia che grondava sperma rossastro per via di qualche goccia di sangue e mi avvicinai a Giulia e al negro, che aveva anche lui sfilato il suo e se lo rimetteva nei calzoni così com'era, impregnato di sborra e sangue e grumi di feci. Lo guardai con odio ma lui mi ricambiò con un'espressione innocente ripetendo preoccupato un: “No mia colpa. Lei detto che voleva. Lei detto che voleva tutto nel culo!”, e raccolti i suoi borsoni se ne andò.
Non potei dargli torto, era stato subito chiaro che Giulia lo aveva voluto. Mi chinai su di lei e le accarezzai il volto e i capelli e me la strinsi al petto. Lei piangeva dal bruciore ma tra un singulto e l'altro ribadì che lo aveva voluto e che era soddisfatta di essersi fatta inculare così. Soprattutto davanti ai miei occhi, aggiunse punzecchiante. In quel momento avrei voluto spingerla a terra e farla scopare selvaggiamente da una marmaglia di negri quella stronza insopportabile, ma allo stesso tempo era struggente vederla soffrire così.
Io e zia l'aiutammo a rialzarsi e la sorreggemmo accompagnandola fino all'auto, ai nostri genitori dicemmo che la difficoltà nel camminare e nello stare seduta era per uno strappo muscolare subito mentre facevamo delle acrobazie in acqua, zia si prese cura di lei nei giorni a seguire controllandole lo stato delle lacerazioni nel culo e medicandogliele con impacchi e facendole prendere degli antibiotici mentre il suo, di culo, assorbì la mia penetrazione con più facilità.

LA PARTENZA
I giorni di quello scorcio d'estate, quelli che segnavano la fine delle vacanze, scorsero più 'tranquilli' perché mia sorella non fu ovviamente nelle condizioni di darmi il suo culo e neanche di farsi scopare (ogni movimento del bacino le procurava dolori lancinanti). Con lei mi limitai quindi a farmi fare dei pompini (cosa in cui riusciva a meraviglia) mentre io la deliziai con delle favolose leccate di fica sgattaiolando ogni notte nella sua cameretta e trovandola ad aspettarmi distesa, a cosce aperte, a stuzzicarsi il clitoride con la punta delle dita. Con zia Rita invece le chiavate ripresero normalmente, erano gli ultimi giorni poi lei e zio sarebbero rientrati a Milano ed avremmo archiviato un'altra estate di sesso e perversione. Un'estate per me indimenticabile grazie alla scoperta di avere come sorella una vera troia, una gran bella gnocca con la fregna sempre bollente, un pezzo di figa sempre desiderosa di trasgressione e di cazzi, una cagna in calore, con me a farle da padrone. E con la prospettiva di tante travolgenti scopate con Giulia la partenza di zia non mi procurò quella tristezza che avevo provato nelle volte precedenti. E lei se ne accorse, naturalmente non mi tiravo mai indietro quando chiedeva il mio cazzo però percepì che ora la mia passione ed il mio ardore erano solo per la mia calda sorellina.

ULTIMA CHIAVATA
Me lo rinfacciò appena finimmo di scopare l'ultima volta. Zio aveva portato le valigie nel patio ed era impegnato a caricarle in auto e zia con una scusa mi trattenne nella loro camera. Quando restammo soli si sfilò gli short e si sedette sul comò addossato alla parete opposta a quella dove stava il letto matrimoniale. Si scostò gli slip e le labbra della fica erano già gonfie, iniziò a sfregarsi il clitoride e prese a respirare con più frequenza e a labbra dischiuse e ad ansimare. Senza che ci scambiassimo alcuna parola mi avvicinai a lei, mi abbassai i boxer, mi smanettai un po' il cazzo e poi glielo infilai nella fica e iniziai a dare colpi col bacino. Stantuffai senza sosta quella fregna fino a sborrarle dentro, una volta finito zia mi allontanò e con fare quasi infastidito si tirò su gli short, si ficcò una sigaretta tra le labbra e se l'accese; buttò fuori una boccata di fumo e senza neanche guardarmi disse che siccome io avevo fatto la mia scelta lei avrebbe dato la passera e il culo a chiunque le sarebbe andato di darli. In un certo senso era come se rassegnasse le dimissioni dal ruolo di mia puttana personale diventando, da quel momento in poi, la puttana di tutti. Poi, mentre imboccava l'uscita, mi mise in guardia circa quello che provavo per Giulia, che -disse- era molto più serio delle allegri e spensierate scopate ed era molto più complicato del normale affetto che è lecito provare per la propria sorella. “L'hai vista all'opera con quel negro, no?”, disse fermandosi. “Uno sconosciuto e sporco 'vu cumprà'. Eppure si è fatta scopare ed inculare senza protezioni... Si è fatta sfondare il culo senza alcuna esitazione... Quella è malata, nipote mio, sta' attento.”
La guardai sparire oltre la porta e poi, dalla finestra, vidi lei, zio e i ragazzi entrare in auto e partire con Mircea che li avrebbe portati in stazione e sorridendo pensai che la sua carriera di 'puttana di tutti' magari sarebbe iniziata proprio durante quel tragitto, con zio che avrebbe assistito a lei che si faceva scopare dall'operaio rumeno.
A quella immagine il cazzo iniziò a indurirsi e allora pensai a mia sorella e me lo accarezzai prendendo poi a masturbarmi. Riflettevo inquieto sulle parole di zia e ammisi che aveva ragione: Giulia era malata di sesso ed io ero pazzo di lei e non avevo idea di come sarebbero andate a finire le cose però non mi importava; ero solo impaziente di riprendere a scoparmela.

Fine

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